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Capitano mio Capitano -

30 giugno 2009

SCATOLE (due)

(Ecco un altro pezzo del mio testo su Milano. Non so più se finirà sullo Straniero, visto che ho superato qualsiasi scadenza, ma non importa, io intanto lo scrivo. Se non dovesse andare da nessuna parte, sarei comunque contento di averci pensato sopra.)

***

La Bovisa è un quartiere industriale in forte cambiamento. Da quando sono arrivato qui, cinque anni fa, la maggior parte delle fabbriche sono state demolite, lasciando il posto a spianate di enorme valore. Sono terreni di proprietà del Comune di Milano, del Politecnico di Milano e di società il cui unico fine è la speculazione: comprare un oggetto e aspettare il tempo necessario per rivenderlo guadagnandoci. In cinque anni sono stati inaugurati diversi cantieri, quasi tutti destinati a edifici universitari, ma molti terreni liberi sono rimasti liberi, in attesa di un compratore.
Intanto, Milano è stata eletta sede dell’Expo 2015. La fiera coinvolgerà un territorio il cui epicentro è poco lontano da qui. Per capire le conseguenze sul mio quartiere, bisogna pensare ai film western e al momento in cui, in un villaggio come tutti gli altri, arrivava la ferrovia. Il proprietario del saloon si fregava le mani. Il pistolero solitario sputava tabacco sulla via principale, montava in sella e spronava il cavallo verso ovest. Il padrone del ranch - il vero protagonista della storia - vedeva il prezzo dei suoi immensi pascoli salire alle stelle, ma se era furbo non faceva le cose in fretta. C’era bisogno un bravo amministratore, che sapesse come dividere la proprietà e a chi venderne i pezzi, quand’era il momento giusto per farlo, quanto si poteva guadagnarci sopra. Poi ci voleva un bravo sceriffo che tenesse a bada i contadini, finisse di sterminare gli indiani e difendesse l’ordine nella fase più turbolenta, quando l’improvvisa prosperità del villaggio avrebbe attirato ladri, prostitute, giocatori d’azzardo, cacciatori di taglie, avventurieri. L’Expo 2015 è una cosa del genere. Il padrone del ranch non ha un nome e un volto, ma possiede quote azionarie dei grandi gruppi che faranno montagne di soldi nei prossimi cinque anni: Fiera Milano, Impregilo, Italcementi, Cabassi, Pirelli Re, Caltagirone. Le funzioni di amministratore e di sceriffo vengono svolte dal sindaco e dal vicesindaco, Letizia Moratti e Riccardo De Corato. Restano i contadini, gli indiani, i pistoleri solitari, i ladri, le prostitute, i giocatori d’azzardo, i cacciatori di taglie e gli avventurieri. Io, per il mio carattere, sarei tentato di sputare per terra e cavalcare verso il tramonto. Lavorando in un’osteria potrei anche fare la parte di quello che si frega le mani. Gli agenti immobiliari si aggirano per il quartiere vestiti di nero, con il loro asso nella manica e il coltello nello stivale. I pensionati osservano i lavori in corso aggrappati alle recinzioni, bestemmiando a bassa voce contro il progresso, rimpiangendo lo spirito del loro vecchio quartiere operaio.
Quanto agli indiani, ho una storia da raccontare. Un po’ di tempo fa alla Bovisa, in uno dei tanti terreni liberi e incolti, sono arrivati gli zingari. Prima due o tre baracchine. Poi dieci, venti, alla fine un centinaio. Quell’inverno è stato il più difficile della mia vita in quartiere. Di sera l’aria diventava irrespirabile per via dei falò accesi con qualsiasi materiale, e la mattina, per prendere il treno, dovevi passare davanti a una montagna di rifiuti che cresceva di giorno in giorno. Ogni volta che andavi al supermercato assistevi a tentativi di furti e a conseguenti risse con cassiere e vigilanti, e non era raro ritrovarsi il vetro della macchina sfondato, o la porta di casa forzata. Così ho scoperto che vivere accanto a un campo nomadi, credendo nella libertà e nell’uguaglianza, è un continuo esercizio di controllo dei propri istinti viscerali: bisogna contenere l'odio. Immaginare possibili soluzioni. Pensare. Continuare a pensare anche quando la casa e la macchina sono le tue, quando sei nel tuo letto e non riesci a respirare per il fumo dei fuochi.
Comunque, a un certo punto abbiamo scoperto che l’area su cui sorgeva il campo nomadi era gravemente inquinata. Lì c’era stata una fabbrica di prodotti chimici, la Montedison, che aveva impregnato la terra di arsenico fino a molti metri di profondità. Così qualcuno in quartiere ha fondato un comitato di tutela della salute degli zingari: c’erano bambini che giocavano, donne che cucinavano, vecchi che dormivano per terra sopra l’equivalente chimico di un campo minato. Il comitato ha cominciato a chiedere a gran voce al Comune di individuare un terreno in cui trasferire il campo nomadi, risolvendo in questo modo il dilemma ideologico delle menti come la mia: non se ne dovevano andare per liberarci della loro presenza, ma per il loro bene.
Poi, in primavera, ci sono state le elezioni per il sindaco. Un paio di settimane prima, al campo è arrivata Daniela Santanché. Ha fatto un giro tra le baracchine, protetta dalle guardie del corpo, proclamando che era uno schifo e che bisognava sgomberare tutto. Alcuni abitanti del quartiere la fischiavano, altri la applaudivano. C’era un cartello con la scritta: Via il campo nomadi dalla Bovisa. Uno zingaro allora, un uomo con due baffi a manubrio e una pancia enorme, ha preso un pezzo di cartone e ci ha scritto: Via i fascisti dal campo nomadi. Al di là dell’ironia della situazione, il cartello apriva delle domande complicate. Chi abitava lì, in effetti? Chi aveva il diritto di cacciare chi? Il Comune batteva cassa, multando la società proprietaria dell’area per non averla bonificata: ma trattandosi di speculatori, quelli non hanno fatto altro che mettere la multa nel conto, aumentare il prezzo del terreno e continuare ad aspettare un compratore.
Alla fine, tre giorni prima delle elezioni, è arrivata una squadra mista di carabinieri e polizia municipale, con una ventina di camionette e almeno un centinaio di agenti in tenuta antisommossa. Hanno sgomberato il campo e subito dopo l’hanno spianato con le ruspe e recintato. Gli zingari si sono incolonnati sulla strada che esce da Milano, verso la Bovisasca, diretti a campi già esistenti o a zone più tranquille. Qualcuno cercava di imboscarsi dietro la prima curva o sotto il primo ponte, e di tirare su la baracchina, ma a quel punto arrivava la camionetta e gliela buttava giù. Una metà del quartiere festeggiava. L’altra non protestava. Il comitato per la tutela della salute si è sciolto all’istante. Tre giorni dopo Letizia Moratti ha vinto le elezioni, forse con qualche voto in più anche da qui, l’unica zona di Milano con un consiglio di centrosinistra.
Sembrava finita, e invece è successa ancora una cosa. Dopo qualche altro giorno in quartiere sono comparsi i topi. Era strano: non avevamo avuto topi per tutti i mesi di convivenza con gli zingari, e adesso sembrava un’invasione. Questi topi tra l’altro non erano topi normali, non si nascondevano negli angoli bui, erano spudorati. Ti trotterellavano tra i piedi quando rientravi la sera tardi, facevano capolino dai tombini mentre cercavi le chiavi di casa. All’osteria li inseguivamo con la scopa. Gli studenti del Politecnico, quegli inguaribili perdigiorno, qui usano chiamarsi con un nomignolo goliardico, che abbiamo preso in prestito per dare un nome scientifico ai nostri topi dal cuor di leone. Rat bovisien. I topi della Bovisa sono finiti anche sui giornali, facendo fiorire diverse teorie sulla loro provenienza, finché un esperto non ha svelato il mistero. I topi arrivavano effettivamente dal campo nomadi. Ma per un anno erano stati bene lì, in mezzo alla montagna di rifiuti che vedevamo crescere di giorno in giorno. Avevano prolificato fino a formare una bella tribù, abituata a non temere l’uomo. Poi gli zingari se n’erano andati, in qualche giorno la scorta di rifiuti era finita, e ai rats bovisiens non era rimasto che invadere il quartiere.
A me è sembrato che ci fosse un profondo significato simbolico in questa storia. Per avere cacciato gli zingari, avevamo avuto i topi. Ci ho pensato su per un po’, ma alla fine non sono arrivato da nessuna parte.

(continua)

CATEGORIE: Testi

20 giugno 2009

L'UBICAZIONE DEL BENE

Leggo Giorgio Falco, L’ubicazione del bene.
Il libro è una raccolta di racconti con un elemento comune: l’ambientazione a Cortesforza, sobborgo residenziale immaginario a 18 chilometri da Milano. Sono storie di piccole o grandi tragedie familiari. Un marito si licenzia dalla multinazionale in cui lavora e mette in piedi un’attività di disinfestazione, destinata al fallimento. Un vicino di casa racconta le vite di altri vicini di casa, nel complesso di villette a schiera in cui abita (un tassista arrogante, una donna soggetta a periodiche manifestazioni di follia, un piccolo faccendiere). Un gruppo di colleghi si ritrova una volta alla settimana per organizzare combattimenti tra i propri pesci tropicali. Un figlio ormai adulto e con problemi psichiatrici si compra un boa domestico, forse progettando di uccidere i genitori. E poi alcune variazioni sul tema della crisi coniugale: una coppia vorrebbe un figlio ma compra un cane; il cane ha le pulci e infesta la casa e la macchina. Una coppia restaura una vecchia villa del Settecento per viverci dentro; la casa viene sbriciolata dalle termiti. Una coppia assume un fotografo per il servizio del matrimonio; il fotografo scompare con l’anticipo e senza consegnare le foto. Una coppia vorrebbe un figlio e un camper, con grandi fatiche li ottiene entrambi ma poi si separa; alla fine lei si tiene il figlio e lui il camper. Tutto, come dicevo, a Cortesforza in provincia di Milano.

Ubicazione Spendo qualche parola sulla confezione del libro. In nessun punto della copertina, né davanti né dietro né sui risvolti, c’è scritto che si tratta di racconti. Questo è uno stratagemma editoriale per fregare i lettori di romanzi - che di solito, in libreria, appena si accorgono che si tratta di racconti mettono giù il libro come se avesse i vermi. Fa tutto parte dello stile Einaudi. Scrive Giulio Mozzi sul risvolto di copertina: "Tanti anni fa si scrivevano romanzi con personaggi che cercavano, su questa terra, la propria felicità. Oggi sembra che il personaggio davvero del nostro tempo sia colui che considera una disperazione quieta e senza scosse - come un’anestesia - un obiettivo già accettabile per la vita”. Aggiunge un anonimo redattore in quarta di copertina: “Cortesforza. Come la contea di Yoknapatawpha in Faulkner e la Regalpietra di Sciascia”. Sia Mozzi che il redattore giocano sporco, perché i maestri di Giorgio Falco sono evidenti ai miei occhi: non Faulkner né Sciascia ma John Cheever, Raymond Carver, Richard Yates. Non proprio autori del nostro tempo. Il motivo ricorrente dell’infestazione è carveriano (“Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio”), così come alcuni elementi e personaggi (il fotografo truffatore, per esempio, mi ricorda parecchio il pasticciere di “Una cosa piccola ma buona”). Il tema del sobborgo - della felicità misurabile in metri quadri - è il lavoro di una vita di Cheever. Di Yates ci sono le nevrosi, le donne isteriche, le schegge di follia, la violenza latente. Questo per dire che, sullo stesso materiale, la letteratura americana lavora da circa cinquant’anni. Andando ancora più indietro, la “disperazione quieta e senza scosse” era il piatto preferito di Cechov. Perciò mi chiedo: se questo libro vi è piaciuto così tanto da decidere di pubblicarlo, perché non mi dite chiaro e tondo di cosa parla? Perché, nelle librerie italiane, scegliere un libro implica sempre più spesso il lavoro di smascherare le bugie, e di capire per conto tuo che si tratta di una raccolta di racconti e non di un romanzo, di capire che non è ambientato in Sicilia o nel Mississippi ma nelle periferie delle metropoli occidentali, di capire che certo, parla del nostro tempo, ma è anche, in buona parte, un esercizio di stile?

Ora devo chiedere scusa a Giorgio Falco. Ho speso tutte queste parole per la confezione del suo libro, e non ho ancora parlato del libro. Almeno due racconti - “L’ubicazione del bene” e “Alba” - secondo me sono ottimi racconti. Ci sono certe pagine di grande scrittura: quelle che ritraggono le tangenziali, le strade statali tra Corsico e Trezzano, le distese di capannoni e parcheggi, le code infinite all’ora del rientro, l’esasperato formicaio umano. Il talento di Falco sta nella capacità di salire a qualche decina di metri da terra, osservare il groviglio delle nostre vite dall’alto e catturarne l’umore nero. Sono visioni vertiginose e indelebili.
Sul resto ho da ridire. Secondo Mozzi, questi personaggi non cercano la felicità sulla terra. Eppure sono esseri desideranti, vogliono stare meglio - e che cos’altro dovrebbe essere la ricerca della felicità? Desiderano una casa, un giardino, desiderano lasciare l’azienda e mettersi in proprio, desiderano guadagnare un po’ di più o essere un po’ più liberi, desiderano un figlio, un cane, una macchina, un camper, una villa del Settecento, e questa è la loro idea di felicità. Che cosa c’è di male? Un contadino desidera un buon raccolto, un astronauta desidera la luna, un dittatore desidera conquistare il mondo. La felicità non è grande o piccola, è la soddisfazione di un bisogno. Io ho ben presente il periodo della mia vita in cui tutta la felicità possibile passava per possedere una casa, o non lavorare più sotto padrone. Non mi sentivo mediocre per questo, non mi sentivo di avere un’esistenza “così poco desiderabile”. Dipende da come li racconti, i desideri.
Ho letto da qualche parte (Lipperini) che L’ubicazione del bene è un libro sessista. Sono d’accordo. Le donne di questo libro hanno lo spessore umano di un elettrodomestico. Sono tutte riconducibili alla seguente descrizione: La donna da bambina vuole diventare grande in fretta. A diciannove anni, se studia ancora, ha ambizioni che indirizza nella sottolineatura dei libri. La donna è fidanzata, scrocca sigarette light, litiga davanti all’insegna di una birreria irlandese, in agosto fa pompini nel letto dei genitori e a settembre, dopo lunghe telefonate, lascia il fidanzato e immagina un’esperienza lesbica. Un sabato pomeriggio di inizio autunno - seduta su un tappeto economico proveniente da una zona di guerra - la donna desidera la sua migliore amica ma non riesce a baciarla sulle labbra né sul collo e tanto meno tra le gambe, così scopa con il fidanzato della sua migliore amica. La donna, se lavora, spera di cambiare vita prima che sia troppo vecchia, non capisce come sia possibile abbandonare le teoriche infinite possibilità della giovinezza e sprofondare nel luogo dove passa otto, nove, dieci ore. La donna sogna qualsiasi cosa possa salvarla al più presto. A venticinque anni è ansiosa e sempre più determinata, competitiva, desidera un uomo e questo basta, quando trova un uomo che battezza amore tutto il resto è niente.
Primo pensiero, tornando ai maestri: siamo tutti debitori a Rick Moody e a quel magnifico capolavoro che è "Boys". Secondo pensiero: perché la donna fa pompini? Perché non si può dire che scopa sul letto dei suoi genitori, com'è successo a tutti? Perché è importante dire che fa pompini? In altre parole perché, declinata al maschile, questa descrizione perderebbe di senso? Pensateci un po’: un uomo non vuole diventare grande in fretta, non indirizza ambizioni nella sottolineatura dei libri, non scrocca sigarette light, non ha fantasie omossessuali a meno che non sia davvero omossessuale, e se per caso trova una donna che battezza amore, tutto il resto rimane tutto il resto, non diventa di colpo niente. Pensare che una persona, in quanto donna, sia ridotta a una tale larva umana, per me è sessismo. Questo efficace passaggio letterario umanamente è spazzatura.
Ho letto da qualche altra parte (Genna) che L'ubicazione del bene è un libro morale. Non sono d’accordo. Questo è un libro moralista e il testo che ho appena copiato ne è una prova. Forse dovremmo metterci d’accordo sulle definizioni. Io chiamo morale un libro che si interroga sul senso delle nostre scelte, sulle conseguenze delle nostre azioni, sulle nostre responsabilità nei confronti del mondo. Chiamo moralista un libro che non si interroga ma giudica, e giudica sempre le scelte, le azioni e le responsabilità degli altri. Io non mi sono rispecchiato in nessuno di questi personaggi. E non perché non vivo a Cortesforza, non faccio il pendolare, non ho una villetta né un bambino: come lettore, sono in grado di immedesimarmi perfino in un cane da slitta. Non c’è nessuna immedesimazione da parte mia perché non c’è nessuna compassione da parte dello scrittore, che con grande maestria crea personaggi e mondi disumani, senza mettere in gioco niente di suo. Anche Cheever era così. Molto bravo ma molto pacificante, perché le sue storie terribili riguardavano sempre qualcun altro. L’ubicazione del bene parla di certa gente e di come si comporta, e potrebbe anche farti sentire meglio, alla fine, perché tu non sei così, non ti comporti così.
È come quando al telegiornale parlano del traffico, e mostrano le immagini delle code in autostrada. E tu pensi: meno male che sono qui, e che non sono lì. Il pensiero ti consola. Ed è una consolazione che io non voglio avere da un libro.

Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, Einaudi 2009

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23 maggio 2009

UN ARTISTA DEL DIGIUNO

(Leggo un piccolo grande libro che ho trovato per caso: Franz Kafka, Un artista del digiuno. Io non sono mai stato un amante di Kafka, eppure eccomi qui. Il nostro spirito non è mica un diapason, per dio, è una corda accordata dal tempo. La chiavetta di madreperla che lo tiene in tensione scricchiola e cigola sotto i colpi della vita, e non torna mai due volte sulla stessa nota. E così una mattina scopri una certa vecchia musica che prima ti disturbava mentre adesso ti fa entrare in risonanza, e di colpo ti senti vibrare.)

***

Jules-lotard Un trapezista - come tutti sanno, quest’arte che si esercita in alto, nelle volte dei grandi teatri di varietà, è una delle più difficili in cui gli uomini possano cimentarsi - aveva organizzato la propria vita, all’inizio solo per la ricerca di perfezione, in seguito anche per un’abitudine divenuta tirannica, in modo tale da rimanere, fintanto che lavorava con la stessa compagnia, giorno e notte sul trapezio. A tutte le sue necessità, peraltro assai modeste, provvedevano inservienti che si davano il cambio e vigilavano in basso per mandare su e giù tutto quello che occorreva in alto dentro contenitori costruiti a tale scopo. Questo modo di vivere non creava particolari difficoltà a chi gli stava intorno; solo durante gli altri numeri del programma dava un po’ fastidio che restasse lassù, né si poteva nasconderlo, e che di tanto in tanto, nonostante in quei momenti di solito se ne stesse tranquillo, uno sguardo deviasse dal pubblico verso di lui. Ma i direttori glielo perdonavano perché era un artista straordinario, insostituibile. (...)
Così il trapezista avrebbe potuto vivere indisturbato se non fosse stato per i viaggi inevitabili da una località all’altra, che gli erano alquanto penosi. È vero che l’impresario faceva in modo di risparmiargli ogni inutile prolungamento delle sue sofferenze: in treno gli era riservato uno scompartimento intero, dove il trapezista faceva il viaggio in alto, nella rete portabagagli, una specie di surrogato, per quanto misero, del suo solito modo di vivere; nel teatro della città successiva il trapezio era già in posizione molto prima del suo arrivo, e anche tutte le porte che davano nella sala erano spalancate, tutti i corridoi sgombri - ma i momenti più belli della vita dell’impresario erano comunque quelli in cui il trapezista metteva il piede sulla scala di corda e in un battibaleno era finalmente di nuovo lassù, sospeso al suo trapezio. (...)
Una volta che erano in viaggio insieme, il trapezista era sdraiato nella rete portabagagli e sognava, l’impresario se ne stava appoggiato accanto al finestrino e leggeva un libro, quando il trapezista prese a parlargli sottovoce. L’impresario si mise immediatamente a sua disposizione. Mordendosi le labbra, il trapezista disse che d’ora in avanti, per i suoi esercizi, avrebbe dovuto avere sempre due trapezi invece di uno, quello solito, due trapezi uno di fronte all’altro. L’impresario fu subito d’accordo. Ma il trapezista, come per dimostrare che in questo caso il consenso dell’impresario era irrilevante, quanto lo sarebbe stato il suo rifiuto, disse che mai più e a nessun costo avrebbe fatto gli esercizi su un unico trapezio. Alla sola idea che una volta o l’altra ciò potesse capitare, parve rabbrividire. Esitando e tenendolo d’occhio, l’impresario ribadì il suo pieno consenso, asserì che due trapezi erano meglio di uno, anzi questa nuova attrezzatura sarebbe stata comunque vantaggiosa, avrebbe reso più vario lo spettacolo. A quel punto il trapezista scoppiò a piangere. L’impresario balzò in piedi spaventatissimo e chiese che cosa mai fosse successo, e poiché non ebbe risposta montò sul sedile, prese ad accarezzarlo e premette il viso di lui sul suo, sicché anch’egli fu bagnato dalle lacrime. Ma solo dopo molte domande e adulazioni il trapezista disse tra i singhiozzi: Con quest’unica sbarra tra le mani, come potrò mai vivere?


Franz Kafka, Un artista del digiuno
traduzione di Gabriella de' Grandi, Quodlibet 2009

CATEGORIE: Libri, Recensioni

05 maggio 2009

E DIO CREÒ GRANDI BALENE

Forse non ci crederete ma sto leggendo Moby Dick. Per lo meno, la mia amica Bo non ci crede. Dice che non è possibile, che uno come me non può farcela, che un maniaco del racconto breve cederà le armi di fronte a quelle 600 pagine di vita a bordo, all’antiquata e altisonante traduzione di Pavese, a tutti i tecnicismi sulle balene. In realtà, ho la sensazione che quello di cui ho bisogno adesso siano proprio i tecnicismi sulle balene. Ho la sensazione che, per come mi sento adesso, la cosa più giusta da leggere sia un capitolo intitolato La testa del capodoglio. Veduta comparata. Un capitolo intitolato Delle balene in dipinto, in denti, in legno, in lastre di ferro, in pietra, in montagna e in stelle. Un capitolo intitolato La grandezza della balena diminuisce? Dovrà scomparire? Forse lo pensava anche Pavese, traducendolo: e magari tuffarsi dentro questo mare avrà fatto dimenticare a Cesare, almeno per qualche tempo, il suo amore ballerina. Il romanzo ha 135 capitoli di quattro o cinque pagine ciascuno, e se ne leggo uno al giorno all’inizio di settembre avrò finito. Sarà un buon compagno per la mia estate nei boschi.

Melville L’altra parte di verità è che ho scoperto Melville scrivendo il primo capitolo della guida a New York, e sono stato catturato dalla sua biografia. Lasciate che la riassuma qui. Herman Melvill nacque in Pearl Street a Manhattan, la strada dei pescatori di ostriche, nel 1819. La madre veniva da una dinastia di proprietari terrieri olandesi, il padre da mercanti inglesi, ed entrambi i nonni erano eroi di guerra della rivoluzione. Due famiglie ricche dell’alta società americana. Anche Herman sarebbe stato destinato a un’esistenza tranquilla, se il padre non fosse andato in bancarotta nel 1830, e morto subito dopo. Doveva aver lasciato parecchi debiti o qualche cattivo ricordo, perché a quel punto la vedova cambiò il cognome dei figli da Melvill a Melville, e li portò a vivere in campagna, nelle tenute dei nonni a nord di New York. Ma Herman era cresciuto in città. Aveva visto il porto, e forse assomigliava al padre. Appena finita la scuola, nel 1839, decise di imbarcarsi: e tra un viaggio e l’altro, tra un mercantile e una nave militare, tra una spedizione ai Caraibi e una traversata dell’Atlantico, rimase in mare per cinque anni, e quando alla fine scese ne aveva venticinque e voleva fare lo scrittore. Scrisse due romanzi, Typee e Omoo, di immediato successo e scarso valore letterario, storie d’amore e d'avventura tra marinai e indigene dei Mari del Sud. Si sposò, e con i compensi dei primi libri comprò una fattoria dalle parti di Saratoga, dove ebbe la fortuna o la maledizione di trovare un vicino eccezionale: Nathaniel Hawthorne. Era il 1851. Non sappiamo quanta parte, nella svolta letteraria di Melville, sia dovuta all’influsso di Hawthorne, ma Moby Dick è dedicato a lui: In segno della mia ammirazione per il suo genio. Dicevo fortuna o maledizione, perché il libro vendette in tutto poco più di 500 copie. Il pubblico non apprezzò il passaggio dalle sensuali danzatrici hawaiane al capitano zoppo ossessionato dalla balena bianca, e per la carriera di Melville fu l’inizio della fine. Scrisse ancora qualcosa, soprattutto e poesie e racconti brevi, tra cui il suo capolavoro Bartleby lo scrivano. Della storia di Bartleby sono state date decine di interpretazioni - potrebbe essere un’opera sul conformismo, sull’alienazione, sulla disobbedienza, sulla sovversione - ma letteralmente è la storia di uno che smette di scrivere, e poi smette di fare tutto il resto, e alla fine si lascia morire. Preferirei di no. Anche Melville preferì di no, e morì del tutto sconosciuto nel 1891, dopo che la fattoria era fallita e lui aveva lavorato per vent’anni alla dogana del porto di New York. E io sono qui, 158 anni dopo che è stato scritto, a leggere un romanzo che comincia così:

Moby_dick_1 Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e di vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Ogni volta che mi sorprendo con le labbra atteggiate al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo, per me, sta al posto del proiettile e della pistola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io invece mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Herman Melville, Moby Dick, o la Balena
traduzione di Cesare Pavese

CATEGORIE: Libri

25 aprile 2009

CAMMINARE

L’arrivo dell’estate è nell’aria e su di me ha l’effetto del sorgere del sole sul bosco. Mi sembra di svegliarmi da un lungo sonno: torno alle mie montagne e al mio Thoreau, a Melville e a London, a Mauro Corona e a Mario Rigoni Stern. Questa che vedete è la casa dove passerò tutto il mio tempo libero nei prossimi sei mesi, come si presentava un paio di giorni fa. Quella che segue, invece, è una selezione di brani tratti da Camminare, di Henry David Thoreau. Le trote iridee e marmorate di tutte le Alpi Occidentali possono cominciare a tremare.

0421 Nel corso della mia vita ho incontrato non più di una o due persone che comprendessero l’arte del Camminare, ossia di fare camminate, che avessero il genio, per così dire, del vagabondare (sauntering), termine splendidamente tratto da “genti oziose che nel Medioevo percorrevano il paese chiedendo l’elemosina, con il pretesto di recarsi à la Sainte Terre”, fino a quando i bambini cominciarono a gridare: Ecco là un Sainte Terre!, un Vagabondo, un Terra Santa. Perché ogni vagabondaggio è una sorta di crociata, predicata dal San Pietro l’Eremita che è in noi, per indurci a uscire e riconquistare la Terra Santa dalle mani degli infedeli.

È vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai nostri giorni, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che ritornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni. Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.

Alcuni non camminano del tutto; altri camminano lungo le strade maestre; pochi attraversano i campi. Le strade son fatte per i cavalli e per i mercanti. Io, al contrario di loro, non percorro le strade, perché non ho fretta di raggiungere una locanda, o una drogheria, o una stalla, o un magazzino qualsiasi a cui esse conducono. Sono un buon cavallo da viaggio, non sono un cavallo da tiro. La mia esistenza dipende in gran parte dalle paludi che circondano la città, non dai giardini ben coltivati del villaggio.

Vivere molto all’aperto, nel sole e nel vento, può senza dubbio produrre una certa ruvidezza di carattere, può far crescere uno strato di pelle più spessa non solo sul viso e sulle mani, ma anche su alcune delle qualità più squisite della nostra natura, nello stesso modo in cui un lavoro manuale pesante toglie in parte delicatezza di tocco alle mani.
La vita è stato selvaggio. Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all’uomo lo rinvigorisce. È come se colui che si è spinto avanti incessantemente, senza mai cercare riposo dalle proprie fatiche, crescendo saldo e chiedendo molto, si fosse trovato sempre in paesi sconosciuti, in luoghi selvaggi, circondato dal materiale grezzo della vita. Come se si fosse inerpicato sui rami degli alberi nella foresta primitiva.


Henry David Thoreau, Camminare
Traduzione di Maria Antonietta Prina, Mondadori 2009

CATEGORIE: Libri

16 aprile 2009

PREMI LETTERARI (due)

Qualche mese fa, da queste parti, si parlava di premi letterari. In particolare del premio Strega. Oggi segnalo lo scambio di lettere tra Mario Fortunato e Daniele Del Giudice, qualcosa di cui si sta parlando parecchio nel piccolo mondo dell’editoria italiana, ma se ne dovrebbe parlare meglio. Comincia Mario Fortunato (scrittore che ho amato soprattutto nella prima raccolta di racconti, Luoghi naturali, Einaudi 1988). Il 3 marzo sul suo blog scrive:

Da (quasi) sempre il Premio Strega gode di una duplice fama: è il premio letterario che aiuta di più, nella generalmente modesta vendita dei romanzi italiani, e il suo vincitore - di anno in anno - viene previsto con largo anticipo. Da molti anni sono uno dei quattrocento e passa votanti del premio che viene assegnato il primo giovedì di luglio, al Ninfeo di Villa Giulia, a Roma. E devo dire che entrambe le cose mi paiono vere. (...) Quest’anno il Premio rischia però di entrare in qualche Guinness dei primati. Quello che viene annunciato come sicuro vincitore è infatti “Orizzonte mobile” di Daniele Del Giudice, mandato in libreria oggi, martedì 3 marzo 2009, dalla Einaudi. (...) Allora come è possibile che si sappia fin d’ora - primi di marzo - che il racconto di Del Giudice vincerà in luglio il prossimo Premio Strega? Scomparsa Anna Maria Rimoaldi - a lungo patronessa molto decisa del Premio - lo Strega ha una maggioranza di votanti governata in maniera più o meno diretta dalla Mondadori. L’Einaudi è, come noto, un marchio che fa capo alla Mondadori. E poiché la casa editrice di Segrate ha già vinto con propri libri, per due anni di fila, l’ambito riconoscimento, questa volta cede il passo (si fa per dire) a una propria controllata.
Questo è quanto già si sente dire con insistenza. E vedrete che andrà così.

Ieri 15 aprile Daniele Del Giudice (un altro scrittore che ho amato: segnalo in particolare i racconti di Mania, Einaudi 1997), risponde con questa lettera a Repubblica:

I premi letterari mi piacciono e sono sempre stato grato alle giurie di quelli che ho vinto, ai giurati che si sono impegnati a leggermi e a esprimere un giudizio sui miei libri aiutandomi a proseguire. (...) Ma devo confidare che io francamente al Premio Strega non ci avevo pensato, e nemmeno il mio Editore, e quando ho letto che lo avevo "già vinto" sono rimasto senza parole. Non ho mai avuto e non ho alcuna intenzione di partecipare alla selezione, non perché non apprezzi quel premio ma perché sto lavorando a un nuovo libro dal quale non vorrei distrarmi; e forse non tutti sanno che il Premio Strega in particolare richiede agli autori che vi partecipano un considerevole impegno. E poi desidero che il mio libro "Orizzonte mobile" percorra la strada che deve percorrere con le proprie forze, nel lavoro di chi scrive questo è sempre prioritario. Il libro stampato non ci appartiene più, e il nostro accompagnarlo è un po' ridicolo, come se uno pretendesse di spingere avanti ciò che è stato prima. Un premio non riconosce l'autore, serve piuttosto a far conoscere un libro che va comunque per il mondo per suo conto. E nessuno scrittore dotato di un minimo di consapevolezza affiderebbe le proprie certezze, per poco importanti che siano, al risultato di un concorso letterario; il vero riconoscimento (e il riconoscersi) si vive da sé giorno dopo giorno mentre si scrive il libro: è lì che incontriamo gli altri attraverso le parole, lì stanno le nostre vittorie e le sconfitte, ed è abbastanza facile coglierle all'istante.

In parole povere che cosa è successo? Un giurato del premio Strega afferma pubblicamente che il premio in questione è un imbroglio, in quanto assegnato a tavolino secondo logiche di potere. L’autore da lui predetto come vincitore difende la propria integrità letteraria ritirandosi dal premio.
Qualche riga mia di commento. La prima sensazione, dopo avere letto l’accusa di Mario Fortunato, è stata: cazzo, che uomo. Poi però sono andato a controllare l’albo d’oro del premio, e ho scoperto che Fortunato nel 2007 era finalista e perse contro Ammaniti. Allora mi sono chiesto: ma le cose che hai scritto il mese scorso, due anni fa non le sapevi? E se le sapevi, come mai hai deciso di partecipare al premio? E se continui a saperle adesso, come mai non ti ritiri dalla giuria? Che senso ha fare il giurato di un premio finto?
Anche quando ho letto la risposta di Del Giudice ho pensato: cazzo, che uomo. Questo sì che è uno scrittore come dico io. Poi ho controllato le date e mi sono chiesto come mai tra l’accusa e la difesa sia passato quasi un mese e mezzo. Ho riletto meglio la lettera in questione, e mi sono accorto che Del Giudice dice, in sostanza: non partecipo al premio perché ho da fare. E poi perché l’importante è scrivere, mica collezionare premi. Non dice: mi ritiro perché non voglio vincere un premio grazie a giochi di potere. E non dice nemmeno: secondo me non è vero niente, ma mi ritiro per correttezza, perché nel caso io vinca non si pensi che era tutto un imbroglio. Così viene abbastanza naturale immaginare che in questo mese e mezzo l’accusa di Fortunato abbia provocato un bel po’ di casino, un bel po’ di telefonate, e un bel po’ di fastidi a Del Giudice e al suo ufficio stampa, alla fine dei quali autore ed editore di comune accordo abbiano preferito ritirarsi. Quanto a Fortunato, il sospetto di una vendetta per la sconfitta di due anni fa è anche troppo facile da formulare.
Magari invece mi sbaglio, magari le cose stanno così: Mario Fortunato è un sovversivo che ha deciso di attaccare a picconate il blocco granitico dell’editoria italiana, e Daniele Del Giudice è un idealista che difende con il sangue la purezza della sua scrittura. Non lo so. Più vado avanti e più scopro come sia raro trovare grandi uomini tra i bravi scrittori.

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07 aprile 2009

SCATOLE

(Sto scrivendo per Lo Straniero un testo riguardante la città di Milano. Sarà un lavoro lungo, di cui ancora non vedo la fine. Ne pubblico qui qualche pezzo per vedere come va.)

***

Negli ultimi tempi non penso più molto a Milano. Non ci penso come oggetto sociale (cioè la comunità con cui divido la vita quotidiana, e l’insieme di regole che la tiene insieme) né come oggetto affettivo (cioè il luogo in cui affondo le mie radici, quello in cui vivono le persone a cui voglio bene, “un luogo che mi appartiene perché io gli appartengo”, secondo Truman Capote). È come se la scatola-Milano, quel contenitore ideale che è una città, poco alla volta sia stata sostituita, nella mia testa, da altre scatole più grandi o più piccole, più adatte alle cose che devo metterci dentro, che siano il lavoro, le relazioni, la mia personale ricerca della felicità.

Nel collettivo politico di cui faccio parte, a un certo punto mi sono trovato a rispondere alla seguente domanda.
Su quale di questi livelli dovrebbe concentrarsi il nostro lavoro, per essere efficace?
1) Noi tra di noi
2) Noi e il quartiere
3) Noi e Milano
4) Noi e l’Italia
5) Noi e il mondo

La domanda faceva parte di un questionario inteso a capire meglio che cosa stavamo facendo, e dove volevamo andare. Così, mi sono messo a riflettere sul rapporto esistente tra il mio universo privato - diciamo questo tavolo, questo letto, questo foglio su cui scrivo - e il mio universo pubblico, cioè tutto quello che c’è fuori da quella porta. Sulle dimensioni in cui immagino quel fuori dalla porta. Fuori c’è una strada, un quartiere? C’è una città, una nazione? C’è il mondo intero?

Tornando con i piedi per terra: io non ho un’automobile, e lavoro in un’osteria che sta a trenta metri da casa. Possono passare giorni, anche una settimana, senza che io esca dalla via in cui abito. Altri cinquanta metri più in là c’è una stazione ferroviaria, da cui in mezz’ora circa arrivo in aeroporto. L’ultima volta che mi è successo, mi sono accorto che per me è molto più comodo andare a New York che in un punto di Milano non raggiunto dalla metropolitana: non in termini di tempo, naturalmente, ma di fatica necessaria a compiere un viaggio. È un po’ come dire: preferisci trasportare una grossa valigia a piedi per un chilometro, o a bordo di un treno per cento? Allo stesso modo, pensando ai fili che corrono tra il dentro la porta e il fuori dalla porta, mi sono accorto di usare pochissimo il telefono (lo odio), per niente la televisione (non ce l’ho), quasi mai i giornali (credo che lavorino sulla distorsione della realtà), e molto invece le forme di comunicazione diretta (parlare, ascoltare) e tutte quelle rese possibili dalla rete (e-mail, blog, siti di informazione). Insomma, mi sono accorto di aver tagliato quasi tutti i fili che collegano casa mia alla città o alla nazione in cui mi trovo a vivere. Nella domanda del questionario alla fine ho barrato le risposte: Noi e noi, Noi e il quartiere, Noi e il mondo. Non so più bene che cosa siano Milano e l’Italia. Non so più cosa dovrebbero separare i loro confini - la differenza tra quello che è dentro o fuori da Milano e dall’Italia - né quali dei miei bisogni o desideri queste scatole dovrebbero contenere. Senza scherzi, anche se fa un po’ ridere detto così: io mi sento un abitante del mio quartiere e del mondo.

***

(continua)

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30 marzo 2009

UN LABORATORIO DI SCRITTURA

Tra un mese comincia il laboratorio di scrittura che tengo ormai da tre anni, in questa stagione strana di primavera. La sede cambia - la Scighera di Milano dopo il Malacarne di Verona - ma non il progetto, che anzi nel tempo mi sembra di mettere sempre più a fuoco. Il laboratorio non sarà una serie di lezioni su argomenti specifici (la trama, i personaggi, il colpo di scena); non sarà un ciclo di incontri con scrittori invitati a trattare un tema attinente al loro lavoro; non sarà un seminario sull’autobiografia né un esperimento di scrittura collettiva. Non sarà, in pratica, simile a niente di quello che si trova in giro sotto il nome di “corso di scrittura creativa”. Spiegare cosa sarà è molto più complicato, ma posso provare a farlo tramite alcune metafore rubate all’immaginario collettivo della mia generazione. Dunque, vediamo un po'. Tra tutto quello che si trova in giro e il laboratorio della Scighera, vorrei che corresse la stessa differenza che corre tra:
- il manuale di letteratura della Welton Academy (“Comprendere la poesia” di Jonathan Evans Prichard, professore emerito) e la grotta dei Poeti Estinti.
- la palestra del Kobra Kai (La pietà esiste in questo dojo? No, sensei!) e il giardino zen del maestro Myagi (Se impari karate, va bene. Se non impari karate, va bene. Se impari karate "speriamo": zac, ti schiacciano come uva).
- il quartiere di Goon Docks caduto in mano agli speculatori edilizi (La prossima volta che vedrai il cielo, sarà quello di un’altra città. La prossima volta che farai un esame, lo farai in un’altra scuola) e il mondo sotterraneo in cui si nasconde il tesoro di Willy l’Orbo (I nostri genitori devono fare quello che è giusto per loro. Perché è il loro momento lassù. Ma qua sotto è il nostro momento. È il nostro momento qua sotto).

Tutto chiaro?
È il nostro momento qua sotto.
Solo chi non ci sarà, non avrà le parole per raccontarlo.

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22 marzo 2009

CATERINA SULLA SOGLIA

Non ci sono soltanto brutte notizie in questi giorni, ed è ancora possibile fare libri senza fare i tagliagole, i commercianti col dito sulla bilancia, i pubblicitari. Esce, per l’editore Terre di Mezzo, un libro che ho a cuore come se fosse mio: Caterina sulla soglia, di Susanna Bissoli. Non so nemmeno da dove cominciare a parlare di questa raccolta di racconti. Forse da qui: verso la fine del 2006 la Shake Edizioni, che nella sua lunga e gloriosa storia si è sempre occupata di saggistica politica, mi aveva proposto di curare e dirigere una collana di narrativa. Io avevo accettato con l’entusiasmo di un mozzo a cui viene offerto di imbarcarsi su una nave pirata. Per prima cosa, mi era sembrata una buona idea organizzare una serie di incontri per raccogliere consigli. Uno fu con Davide Musso, editor di Terre di Mezzo, che proprio allora cominciava un’avventura simile: dividendo un panino e una birra in piazza Vetra ci raccontammo le nostre difficoltà e i nostri desideri, promettendoci aiuto reciproco se ce ne fosse stato bisogno. Un altro incontro fu con Matteo B.Bianchi, questa volta a casa mia, davanti a un cosciotto d’agnello innaffiato da succo d’uva: Matteo dirige da anni una delle migliori riviste letterarie italiane, e quanto a fiuto per il talento non lo batte nessuno. Durante quella cena, tra i nomi che Matteo mi fece c’era appunto quello di Susanna Bissoli. Era il primo della lista. Il modo in cui me ne parlava era più o meno questo: è un mistero che non l’abbia ancora pubblicata nessuno, perché secondo me è bravissima.
Caterina Da allora sono successe un po’ di cose. Tra queste il laboratorio di scrittura al Circolo Malacarne di Verona, che Susanna mi ha invitato a tenere completamente al buio, senza conoscermi né avermi mai visto in faccia. È stato il luogo magico in cui è nata la nostra amicizia, oltre ad alcuni dei racconti pubblicati in questo libro. Susanna usciva da una lunga malattia, ed era in uno stato di grazia tale che bastava dirle: scrivi una cartolina a un vecchio amico, o racconta la prima bugia che ricordi di aver detto da bambina, o descrivi una foto di famiglia, e lei se ne usciva con una storia che era già pronta per la tipografia. Tra le altre cose successe in quel periodo, l’avventura con la Shake è finita ancora prima di cominciare. Non è che sono sceso dalla nave, è proprio che sono rimasto all’osteria del porto. Ho messo il naso dentro il mondo editoriale e ho capito che non era il mio mestiere. A quel punto sono tornato da Davide e, memore della vecchia promessa, gli ho detto più o meno quello che Matteo aveva detto a me: devi pubblicarla, perché è bravissima. E adesso, ragazzi, finalmente ci siamo.
Ho passato molto tempo a scrivere e riscrivere un testo che potesse accompagnare questo libro, e ora non saprei immaginarne uno diverso. Eccolo qui. Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti. Frammentarie, discontinue, disseminate di buchi neri e illuminate da verità intraviste, manipolate dalla memoria che filtra, cancella, riordina, riscrive. È il modo in cui Susanna Bissoli ci racconta le soglie di Caterina. Infilando nella cordicella del suo primo libro le perline colorate di tutti gli addii e le partenze, tutte le esperienze di perdita che una vita può sopportare: dell’infanzia, della madre, dell’amore, del corpo, della terra sotto i piedi. Leggendo queste sedici storie, la voce che mi suona in testa è quella di Grace Paley. Anche la scrittura di Susanna riesce a maneggiare la malattia e il dolore, perfino a ballare con la morte restando miracolosamente gioiosa. La gioia che c’è dentro è gioia dell’incontro, di avere a che fare con altri esseri umani, di scoprirli tutti diversi e tutti strani. È gioia di ricordare, raccontare, giocare con le parole della memoria: il dialetto veneto dell’infanzia, il greco della libertà e dell’amore, l’italiano zoppo dei migranti in cui, prigioniera di casa sua, a Caterina sembra di ritrovare la voce del mondo.
A volte è difficile dire che cosa si prova, e a volte invece è facilissimo. Quando è uscito il mio primo libro ero felice e triste: felice perché il mio grande sogno si stava realizzando, e triste perché da quel momento bisognava trovarne un altro, o rassegnarsi a vivere senza. Oggi, invece, sono felice e basta. Brava Susi, non so neanche più quante volte te l'ho detto. Brava. Ti mando un enorme abbraccio.

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17 marzo 2009

PRINCIPIANTI

Dieci anni fa, il 27 aprile 1999, sulle pagine culturali di Repubblica usciva questo articolo di Alessandro Baricco. Il titolo: L’uomo che riscriveva Carver. Il contenuto: Baricco fa un viaggio in America, e nella biblioteca di una piccola università trova i dattiloscritti originali della seconda raccolta di Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, corretti a mano dall’editor Gordon Lish. La lettura dei testi ha un esito sorprendente. Lish ha cambiato il titolo e il finale di quasi tutti i racconti, ha tagliato interi paragrafi, ha perfino riscritto di suo pugno alcune frasi. Nell’articolo Baricco tira queste conclusioni: il Carver originale era pur sempre un bravo scrittore, ma non il maestro che credevamo noi. Il genio minimalista, quello che avrebbe influenzato tutta la letteratura occidentale, era un corpo con due teste, quelle di Raymond Carver e di Gordon Lish. Il tono in cui queste conclusioni venivano tirate era più o meno il seguente: cari lettori innamorati di Carver, sapete che cosa ho scoperto? Che siamo stati truffati. Il nostro scrittore preferito era in realtà un’abile operazione editoriale.

Fino a qui tutto bene. Il mio Carver preferito è quello di Cattedrale, e la scoperta non mi ha ferito più di tanto. Ho sempre pensato che quei racconti picchiano duro al primo colpo, ma alla distanza rivelano una certa freddezza meccanica, tradiscono il lavoro fatto a tavolino. La domanda però era questa: come mai Baricco si prende la briga di andare fino a Bloomington, Indiana, chiedere il fondo Lish a una gentile bibliotecaria, tirare giù uno scatolone pieno di dattiloscritti e perdere tutto quel tempo a studiarli, per raccontare a noi questa storia? È una cosa che ha fatto perché gli andava, o ce l’ha mandato qualcuno? Ce l’ha mandato Repubblica? E in questo caso perché?
Di_cosa_parliamo Dettaglio numero uno. La notizia non era esattamente uno scoop. Era uscita, pari pari, sul New York Times di quasi un anno prima, nell’estate del 1998. Così la luce sulla questione comincia a cambiare: nell’aprile del 1999 la redazione culturale di Repubblica decide di rispolverare una vecchia notizia, mandando uno dei più famosi scrittori italiani negli Stati Uniti per compiere ricerche inutili, dato che tutto era già stato verificato e descritto da un giornalista del New York Times mesi prima.
Dettaglio numero due. All'epoca dell’uscita dell’articolo, la casa editrice minimum fax si era appena aggiudicata i diritti italiani dell’opera di Carver, battendo nella gara un colosso come Einaudi. Il piano editoriale prevedeva di pubblicare uno alla volta tutti i suoi libri, una decina circa, in una collana progettata apposta per lui. E sapete quando uscì il primo di questi libri (Racconti in forma di poesia)? I più cinici di voi l’avranno già indovinato. Marzo 1999.
Manca il legame tra Einaudi e Baricco. Se fossi ingenuo direi Torino, Scuola Holden e così via. In realtà credo che gli scambi di favori non necessitino di vicinanza geografica.
Insomma la teoria del complotto è formulata così: Einaudi perde l’asta per pubblicare Carver e decide di compiere un’azione di sabotaggio. Prende un vecchio articolo del New York Times. Assolda il sicario Baricco. Si compra la pagina culturale di Repubblica (che non dovrebbe essere in vendita, non essendo una pagina pubblicitaria, ma questo è un altro discorso). E spara la bordata del 27 aprile: Carver è una truffa, un’operazione commerciale.

Ora mi chiederete: come mai salti fuori con questa storia a dieci anni di distanza? Perché, come raccontavo tempo fa, i diritti editoriali a un certo punto scadono. Nel 2008, senza usare la formula dell’asta, la vedova di Carver ha rivenduto tutto proprio a Einaudi, immagino cedendo a un’offerta economica che non si poteva rifiutare. In questi giorni esce il primo libro, e sapete che libro è? Si intitola Principianti e non risulta nella bibliografia ufficiale di Raymond Carver. Sono le versioni originali dei suoi racconti, ancora intatte dall’accetta-bisturi di Gordon Lish. Le cartelline che quel giorno del 1999 Baricco era andato a cercare nella biblioteca dell’università di Bloomington, Indiana. Proprio loro.
Principianti Ora, io sono contento che questo libro esista. Stamattina, appena ho saputo che era uscito, sono corso in libreria a comprarmelo, e nel viaggio in treno verso casa mi sono letto il primo racconto, Perché non ballate?, che nella versione ufficiale so quasi a memoria (In cucina si versò un altro bicchiere e guardò i mobili della camera da letto sistemati nel giardino. La parte di lui, la parte di lei). È sempre un bel racconto, solo un po’ meno secco e tagliente. Fino a qui do ragione a Baricco: la versione di Lish è migliore. Quando li avrò letti tutti, magari ne riparleremo. Per adesso però sto sogghignando, perché mi chiedo questa cosa: come lo recensirà Repubblica? Gli dedicherà un paginone domenica prossima? Parlerà di capolavoro ritrovato o tirerà fuori quel suo vecchio giudizio, per cui questo libro è un Carver incompiuto, materia prima ancora grezza, mancante del lavoro geniale del suo editor? E se cambieranno opinione, si vergogneranno almeno un po’? Io non ho dubbi su come andrà a finire. Accetto scommesse e aspetto seduto in riva al fiume, in attesa che passi il cadavere del mio nemico.

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