SCATOLE (due)
(Ecco un altro pezzo del mio testo su Milano. Non so più se finirà sullo Straniero, visto che ho superato qualsiasi scadenza, ma non importa, io intanto lo scrivo. Se non dovesse andare da nessuna parte, sarei comunque contento di averci pensato sopra.)
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La Bovisa è un quartiere industriale in forte cambiamento. Da quando sono arrivato qui, cinque anni fa, la maggior parte delle fabbriche sono state demolite, lasciando il posto a spianate di enorme valore. Sono terreni di proprietà del Comune di Milano, del Politecnico di Milano e di società il cui unico fine è la speculazione: comprare un oggetto e aspettare il tempo necessario per rivenderlo guadagnandoci. In cinque anni sono stati inaugurati diversi cantieri, quasi tutti destinati a edifici universitari, ma molti terreni liberi sono rimasti liberi, in attesa di un compratore.
Intanto, Milano è stata eletta sede dell’Expo 2015. La fiera coinvolgerà un territorio il cui epicentro è poco lontano da qui. Per capire le conseguenze sul mio quartiere, bisogna pensare ai film western e al momento in cui, in un villaggio come tutti gli altri, arrivava la ferrovia. Il proprietario del saloon si fregava le mani. Il pistolero solitario sputava tabacco sulla via principale, montava in sella e spronava il cavallo verso ovest. Il padrone del ranch - il vero protagonista della storia - vedeva il prezzo dei suoi immensi pascoli salire alle stelle, ma se era furbo non faceva le cose in fretta. C’era bisogno un bravo amministratore, che sapesse come dividere la proprietà e a chi venderne i pezzi, quand’era il momento giusto per farlo, quanto si poteva guadagnarci sopra. Poi ci voleva un bravo sceriffo che tenesse a bada i contadini, finisse di sterminare gli indiani e difendesse l’ordine nella fase più turbolenta, quando l’improvvisa prosperità del villaggio avrebbe attirato ladri, prostitute, giocatori d’azzardo, cacciatori di taglie, avventurieri. L’Expo 2015 è una cosa del genere. Il padrone del ranch non ha un nome e un volto, ma possiede quote azionarie dei grandi gruppi che faranno montagne di soldi nei prossimi cinque anni: Fiera Milano, Impregilo, Italcementi, Cabassi, Pirelli Re, Caltagirone. Le funzioni di amministratore e di sceriffo vengono svolte dal sindaco e dal vicesindaco, Letizia Moratti e Riccardo De Corato. Restano i contadini, gli indiani, i pistoleri solitari, i ladri, le prostitute, i giocatori d’azzardo, i cacciatori di taglie e gli avventurieri. Io, per il mio carattere, sarei tentato di sputare per terra e cavalcare verso il tramonto. Lavorando in un’osteria potrei anche fare la parte di quello che si frega le mani. Gli agenti immobiliari si aggirano per il quartiere vestiti di nero, con il loro asso nella manica e il coltello nello stivale. I pensionati osservano i lavori in corso aggrappati alle recinzioni, bestemmiando a bassa voce contro il progresso, rimpiangendo lo spirito del loro vecchio quartiere operaio.
Quanto agli indiani, ho una storia da raccontare. Un po’ di tempo fa alla Bovisa, in uno dei tanti terreni liberi e incolti, sono arrivati gli zingari. Prima due o tre baracchine. Poi dieci, venti, alla fine un centinaio. Quell’inverno è stato il più difficile della mia vita in quartiere. Di sera l’aria diventava irrespirabile per via dei falò accesi con qualsiasi materiale, e la mattina, per prendere il treno, dovevi passare davanti a una montagna di rifiuti che cresceva di giorno in giorno. Ogni volta che andavi al supermercato assistevi a tentativi di furti e a conseguenti risse con cassiere e vigilanti, e non era raro ritrovarsi il vetro della macchina sfondato, o la porta di casa forzata. Così ho scoperto che vivere accanto a un campo nomadi, credendo nella libertà e nell’uguaglianza, è un continuo esercizio di controllo dei propri istinti viscerali: bisogna contenere l'odio. Immaginare possibili soluzioni. Pensare. Continuare a pensare anche quando la casa e la macchina sono le tue, quando sei nel tuo letto e non riesci a respirare per il fumo dei fuochi.
Comunque, a un certo punto abbiamo scoperto che l’area su cui sorgeva il campo nomadi era gravemente inquinata. Lì c’era stata una fabbrica di prodotti chimici, la Montedison, che aveva impregnato la terra di arsenico fino a molti metri di profondità. Così qualcuno in quartiere ha fondato un comitato di tutela della salute degli zingari: c’erano bambini che giocavano, donne che cucinavano, vecchi che dormivano per terra sopra l’equivalente chimico di un campo minato. Il comitato ha cominciato a chiedere a gran voce al Comune di individuare un terreno in cui trasferire il campo nomadi, risolvendo in questo modo il dilemma ideologico delle menti come la mia: non se ne dovevano andare per liberarci della loro presenza, ma per il loro bene.
Poi, in primavera, ci sono state le elezioni per il sindaco. Un paio di settimane prima, al campo è arrivata Daniela Santanché. Ha fatto un giro tra le baracchine, protetta dalle guardie del corpo, proclamando che era uno schifo e che bisognava sgomberare tutto. Alcuni abitanti del quartiere la fischiavano, altri la applaudivano. C’era un cartello con la scritta: Via il campo nomadi dalla Bovisa. Uno zingaro allora, un uomo con due baffi a manubrio e una pancia enorme, ha preso un pezzo di cartone e ci ha scritto: Via i fascisti dal campo nomadi. Al di là dell’ironia della situazione, il cartello apriva delle domande complicate. Chi abitava lì, in effetti? Chi aveva il diritto di cacciare chi? Il Comune batteva cassa, multando la società proprietaria dell’area per non averla bonificata: ma trattandosi di speculatori, quelli non hanno fatto altro che mettere la multa nel conto, aumentare il prezzo del terreno e continuare ad aspettare un compratore.
Alla fine, tre giorni prima delle elezioni, è arrivata una squadra mista di carabinieri e polizia municipale, con una ventina di camionette e almeno un centinaio di agenti in tenuta antisommossa. Hanno sgomberato il campo e subito dopo l’hanno spianato con le ruspe e recintato. Gli zingari si sono incolonnati sulla strada che esce da Milano, verso la Bovisasca, diretti a campi già esistenti o a zone più tranquille. Qualcuno cercava di imboscarsi dietro la prima curva o sotto il primo ponte, e di tirare su la baracchina, ma a quel punto arrivava la camionetta e gliela buttava giù. Una metà del quartiere festeggiava. L’altra non protestava. Il comitato per la tutela della salute si è sciolto all’istante. Tre giorni dopo Letizia Moratti ha vinto le elezioni, forse con qualche voto in più anche da qui, l’unica zona di Milano con un consiglio di centrosinistra.
Sembrava finita, e invece è successa ancora una cosa. Dopo qualche altro giorno in quartiere sono comparsi i topi. Era strano: non avevamo avuto topi per tutti i mesi di convivenza con gli zingari, e adesso sembrava un’invasione. Questi topi tra l’altro non erano topi normali, non si nascondevano negli angoli bui, erano spudorati. Ti trotterellavano tra i piedi quando rientravi la sera tardi, facevano capolino dai tombini mentre cercavi le chiavi di casa. All’osteria li inseguivamo con la scopa. Gli studenti del Politecnico, quegli inguaribili perdigiorno, qui usano chiamarsi con un nomignolo goliardico, che abbiamo preso in prestito per dare un nome scientifico ai nostri topi dal cuor di leone. Rat bovisien. I topi della Bovisa sono finiti anche sui giornali, facendo fiorire diverse teorie sulla loro provenienza, finché un esperto non ha svelato il mistero. I topi arrivavano effettivamente dal campo nomadi. Ma per un anno erano stati bene lì, in mezzo alla montagna di rifiuti che vedevamo crescere di giorno in giorno. Avevano prolificato fino a formare una bella tribù, abituata a non temere l’uomo. Poi gli zingari se n’erano andati, in qualche giorno la scorta di rifiuti era finita, e ai rats bovisiens non era rimasto che invadere il quartiere.
A me è sembrato che ci fosse un profondo significato simbolico in questa storia. Per avere cacciato gli zingari, avevamo avuto i topi. Ci ho pensato su per un po’, ma alla fine non sono arrivato da nessuna parte.
(continua)



